31/07/13
LA SOLITUDINE
La solitudine è uno stato d'animo, nè più nè meno come l'ansia, la rabbia, l'angoscia. Sentirsi soli è appunto un "sentirsi" e questo sentirsi ha in sè un non detto che dice "è brutto e triste essere soli" per cui quando capita, non tanto di essere soli ma di "percepirsi" soli, si attiva quel "è brutto e triste essere soli" e si sperimenta il dolore. E questo può accadere anche se si è circondati da altre persone. Mentre se si è felici, la solitudine è pensata come "sono libero di fare ciò che voglio" e la si associa alla libertà. Come si vede è tutto un percorso soggettivo e puramente mentale. Non c'è nulla di oggettivo....e come sempre la felicità alla fin fine è scelta nostra....
30/07/13
LA PSICOANALISI DEL BUDDHA E IL PECCATO ORIGINALE
Questo è il titolo del libro che ho scritto. Come potete constatare ho voluto mettere già nel titolo il riferimento al Buddhismo,al Cristianesimo e alla psicologia. E c'è ovviamente una ragione.
Il Buddismo è prima ancora che una religione, una via alla liberazione personale. Questo è chiaro a chiunque ne abbia letto anche solo superficialmente.Chi confonde i riti popolari del Buddhismo religioso con la speculazione e riflessione della filosofia buddhista, dimostra di non averne compreso lo spirito e la sostanza.
Chi invece ha letto anche superficialmente qualcuno degli autori usciti dalla corrente culturale nata da Freud e dalla sua psicoanalisi, sa altrettanto bene che dall’originario “focus” sulla psicopatologia, la psicologia, la stessa psicoanalisi e molte psicoterapie si sono avventurate al di fuori del concetto di “patologia” per approdare alla considerazione dell’uomo e dei suoi modi di percepire e pensare, di affrontare la vita, di considerare i rapporti e le relazioni, come un tutt’uno del suo essere Persona, allargando ed integrando anche i concetti di realizzazione, felicità, senso dell’esistenza. La “patologizzazione” del disturbo mentale, originariamente focus dell'analisi, ha lasciato e sempre più sta lasciando spazio alla visione olistica dell’essere uomini, dove la sofferenza è solo uno degli elementi della vita e del processo evolutivo delle persone.
La religione,infine, è finora riuscita, non senza crescenti difficoltà, a ritagliarsi uno spazio autonomo rispetto a questa indagine sull’Uomo tipica della filosofia e della psicologia, grazie all’introduzione del concetto dell’Assoluto, alla presenza di un Vertice cui tutto deve esser ricondotto, e alla malcelata idea che esista una sorta di do ut des tra comportamento nella vita terrena e nella vita dopo la morte.
Ma la presenza di Dio nella vita delle persone appare sempre meno come qualcosa di distaccato ed iconografico; meno “idolo” a cui dovere culto e specchiata moralità, e, al contrario, appare sempre più come una Presenza che entra nei più intimi processi mentali e spirituali…....
Sempre più viene percepito non solo come “esterno” all’Uomo, Essere con cui intrattenere un rapporto che troppo spesso ha le caratteristiche del potere e del conflitto tipiche degli uomini, fondate sulla base di logiche compensatorie ed utilitaristiche, ma anchecome “interno” al nostro essere, alle nostre dinamiche mentali e spirituali.
La più diffusa conoscenza del Vangelo avutasi dopo il Concilio Vaticano II ha enormemente aumentato anche nel mondo cattolico la percezione di un Dio diverso, un Dio del Cuore, un Dio dell’Adesso, che dice non a caso “ il Regno dei Cieli è in mezzo a Voi”.
E, paradossi della storia, proprio il Buddismo appare il più solido e strutturato ponte di collegamento tra la filosofia e l’indagine psicoanalitica in senso lato e le religioni in senso stretto dall’altro. Non è certo l’unico, sia chiaro, molto in filosofia è stato scritto e detto per creare ponti verso le religioni, ma il Buddismo è oggi, per diffusione e conoscenza, il più facile da percorrere.
Oggi appare sempre meno contestabile il detto di Gesù che affermò: “chi vive e crede in me non morrà in eterno”, spostando la realizzazione piena dell’uomo dal futuro trascendente dopo la vita, all’immanente qui ed ora.
Ecco così che l’insegnamento del Buddha sulla natura schiavizzante dell’attaccamento e del desiderio si sia ritrovato in compagnia stretta delle Beatitudini del Vangelo (Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? – Mt:6,25) e al tempo stesso abbia trovato al suo fianco le principali riflessioni sulle dinamiche psichiche dell’ansia ( non ripensate al passato perché non potete più cambiarlo e non preoccupatevi del futuro perché ancora non è…… rimanete nel tempo presente e l’ansia non avrà modo di esistere. L’ansia è solo anticipazione del futuro e la colpa è ritornare a rimuginare sul passato).
Queste riflessioni sono state sviluppate ed approfondite nel mio lavoro “La psicoanalisi del Buddha e il peccato originale” (disponibile in versione italiana e inglese) dove le diverse affermazioni all’interno delle tradizioni culturali del Cristianesimo, del Buddismo e della psicologia contemporanea vengono confrontate alla luce delle loro sovrapposizioni.
26/07/13
STIAMO ATTENTI AL PERFEZIONISMO
Il perfezionismo è quell’atteggiamento mentale che urge alla nostra coscienza con la costante insoddisfazione circa la situazione in cui ci si trova.
E’ un signore della mente sempre insoddisfatto che vuole sempre che le cose siano diverse, e a suo dire migliori, di quello che sono.
La sua vera forza, agli occhi della coscienza, è che se non ci fosse un po’ di perfezionismo, non si riuscirebbe a fare alcuna cosa. E’ in effetti il perfezionismo che ha dato motore a tutto lo sviluppo tecnologico…dalla ruota ai computer….
Solo volendo e ricercando il miglioramento e il perfezionamento siamo stati in grado di sviluppare la tecnologia, la chimica, la farmaceutica, l’elettronica e così via.
Ma il perfezionismo che si accredita nelle stanze della mente come un ospite di riguardo per via di questi oggettivi risultati, non ci viene mai a dire che il suo modo di vedere le cose ha il rovescio della medaglia: una costante e sotterranea insoddisfazione. Lui ci fa vedere le cose come sempre perfettibili e quindi manchevoli e cerca di convincerci che tutto deve essere valutato e considerato sotto la sua luce.
L’intera società americana ed anche quella europea, ma molto meno, è ossessionata da questa cosa che riversa in tutto. Ecco così che un bambino non può giocare a basket “normalmente” ma deve esser “eccellente” “perfetto” nel suo giocare a basket, così come deve essere perfetto nel suo curriculum scolastico, deve scegliere le scuole “migliori” , a partire dall’asilo e deve avere le migliori performances in tutto.
Quello che sfugge a questo signore, Mr. Perfezionismo, è che le persone non sono macchine e processi produttivi, ma esseri che vivono, pensano , amano, soffrono. E che continuare a spingere ad essere sempre più perfetti, a non essere mai soddisfatti ed in pace, genera una continua ansia ed insoddisfazione verso se stessi, verso quello che si fa e verso chi ha a che fare con noi, perché anche loro non sono perfetti, e così su di loro scarichiamo le nostre insoddisfazioni.
Come tutte le cose della mente che ti dicono che “non va bene così” anche il perfezionismo produce insoddisfazione, senso di inadeguatezza, frustrazione, rabbia, cattivi rapporti con gli altri.
Come fare dunque? Lasciare che tutto venga fatto mediocremente? Certo che no, ma fare le cose per bene, verso gli altri e verso se stessi, non necessariamente significa essere ossessionati dal demone del perfezionismo, ma è sufficiente farsi guidare dalla passione e dall’amore per quello che si fa. Quando si è guidati così, anche l’imperfetto è amato, che sia una cosa da fare o un comportamento da adottare….Si apprezza anche l’imperfezione frutto comunque di una dedizione e di una cura a ciò che si fa.
Alla fine è sempre valido il detto del mezzo bicchiere. Il perfezionista vede quello che manca, il migliorista, vede quello che c’è…l’oggetto dell’osservazione è identico, ma cambia il modo di guardarlo….c’è un sì, anziché un no. E fa tutta la differenza del mondo.
19/07/13
ASPETTI PRATICI NELLA DSE
Il prerequisito dell’applicazione della DSE è, come per tutte le tecniche autogestite, quali il controllo del respiro, l’auto analisi, la pulitura dei chakra ecc, è la dissociazione.
Per diventare terapeuti di sé stessi, occorre dapprima identificare un proprio sé/io che sia scisso dai processi mentali di cui vogliamo liberarci.
Lungi da essere un autoinganno, questa “dissociazione” è invece un primo passo verso una più autentica conoscenza di se stessi, ma le resistenze che la mente fa a questo concetto sono notevoli. Perché?
Perché fin dai primi anni della nostra vita ci è stato insegnato ad “identificarci” con tutto ciò che fa capo a quello che noi chiamiamo “io”.
Se ad esempio ci guardiamo allo specchio, diciamo senza alcun dubbio “sono io” e non diciamo certo “ quello è il mio corpo”. Ma se ci riflettiamo un attimo e pensiamo a quando ci guardavamo allo specchio a 10 anni e a quando ci guardiamo allo specchio oggi, dire che ciò che lo specchio riflette è lo stesso “sono io” di allora ci riuscirebbe un po’ difficile da sostenere, almeno senza aggiungere “oggi”.
In verità quell’io di allora non ha più nulla in comune con l’io di oggi. Oltre all’aspetto, anche le cellule sono cambiate e sono tutte le pronipoti di quelle di allora, quindi anche biologicamente siamo qualcosa di diverso. La parola “io” che usiamo indifferentemente per le due immagini è se ci si pensa, per lo meno una forzatura.
In realtà quella “entità” che dice “io” a distanza di decenni, è in effetti una costante che fa “l’errore” di attribuire identità ed uguaglianza a due corpi che non lo sono affatto. Di fatto proietta la sua percezione di “continuare ad esserci” su una realtà materiale molto differente.
La stessa cosa che vale per il corpo, vale per la mente.
I nostri pensieri, le nostre opinioni, la nostra conoscenza, le nostre emozioni cambiano radicalmente dai nostri 10 anni ai nostri 20-30-40-50-60 ecc. anni, ma noi, come per lo specchio, proiettiamo l’idea di un “io” costante su idee, emozioni, valori, opinioni che sono completamente cambiate.
In realtà, e se ci si pensa risulta evidente, ciò che permane nel tempo è quell’entità che “osserva” il mondo della materia e dei pensieri e che continua a fare l’errore di considerare “io” quel materiale della mente e del corpo, perché sente la necessità di dare “consistenza” al proprio “esserci”, al proprio “osservare”.
Se io mi trovo ad osservare che una parte dei miei comportamenti e delle mie reazioni sono sgradevoli e non li condivido, è evidente che questi stessi operino fuori dal mio controllo e contro la mia volontà. Se così è, ed è così, come faccio a dire che sono “io”? Sarebbe come dire che se mi viene la varicella o l’influenza, “io” sono la varicella o l’influenza! Sembra ridicolo ma è proprio ciò che comunemente facciamo.
Perché quindi la dissociazione è così importante?
Per due ragioni. La prima è che è un passo verso la verità.
La seconda è di natura “tecnica”. Se usando la DSE si entra in un’esperienza per esempio di rabbia, che è un emozione molto sequestratrice della volontà e tende a “tagliar fuori” la coscienza e l’autocontrollo in modo perentorio, SAPERE e CREDERE che quell’emozione è un corpo estraneo e parassita della mente (e che quindi NON la condividiamo), consente in ogni momento di interrompere l’identificazione e la condivisione di quella rabbia e con ciò riuscire a vederla ANCHE come osservatore distaccato, nello stesso modo in cui vedete sul termometro salire la febbre quando si ha l’influenza. La si sente, la si soffre, la si misura, ma non si “è” la febbre.
Così come la febbre la si lascia sfogare, allo stesso modo si può lasciare che la rabbia si manifesti nella mente, tenendola sotto controllo (ad esempio se vi viene voglia di spaccare tutto potete immaginare di farlo ma non fatelo! E’ molto costoso…come minimo. Al limite lanciate qualche cuscino che è innocuo…)
giusta, vera e necessaria per aver la forza di entrare nel “problema” e gestirlo con la DSE.
Senza questa convinzione maturata sinceramente è meglio non procedere, soprattutto su cose molto coinvolgenti.
(per maggiori informazioni: http://dsepersonalcoaching.blogspot.it/)
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17/07/13
IL LIVELLO DELLE ASPETTATIVE E LA SOFFERENZA MENTALE
[...] La maggior parte di noi affronta la vita con determinate aspettative, o se le crea strada facendo. Ci aspettiamo prima di tutto la salute, poi riteniamo perfettamente normale aspettarci di essere amati dalle persone che amiamo, ci aspettiamo poi di incontrare l’amore con la A maiuscola, inoltre noi stessi desideriamo essere eccezionali, unici, intelligentissimi, originali, ricchi, colti, eccetera.
Forse stiamo un poco esagerando è vero, ma siamo sinceri, non siamo poi così lontani dalla verità sulle nostre elevatissime aspettative sulla vita.
Questi (od altri) livelli di aspettative vengono però il più delle volte pesantemente disattesi; a volte possiamo serenamente accettarlo nel nostro intimo, e allora i danni sono minimi, ma altre volte non ce la facciamo, si rompe qualcosa al nostro interno e diciamo ”no, questo no”. Possono essere cose gravissime come la scomparsa di persone vicine, la morte di un figlio, gravi infermità, cose cioè che non rientrano in quanto noi siamo normalmente disposti ad accettare nel nostro inconscio. Oppure possono essere situazioni apparentemente più leggere, come una delusione amorosa, un tradimento di un amico, qualcosa che però alla persona che lo subisce appare insopportabile.
Questo è un aspetto interessante, da tenere ben presente: situazioni diverse, eventi di gravità molto diversi, possono produrre gli stessi effetti mentali, mentre eventi simili non sempre causano uguali reazioni e danni.
Ciò è dovuto al differente livello di aspettative che le persone hanno nei confronti della vita.
La caduta delle aspettative che, consciamente o inconsciamente, abbiamo circa la nostra vita, ha a che fare con il nostro concetto di sopravvivenza. Nel caso in cui l’evento sia fisicamente perturbativo, tutte le menti, tendenzialmente reagiscono in modo simile: è oggettivamente il rischio di sopravvivenza fisica che è in gioco. Quando invece l’evento è completamente nella sfera mentale, è soggettivamente coinvolta l’idea della qualità della sopravvivenza. Questa soggettività investe l’idea stessa di come deve esser la vita della persona.
Ciò che ci aspettiamo di realizzare è in realtà ciò che ha potere su di noi.
Nella misura in cui desideriamo avere certe cose, raggiungere certi risultati, diventare ciò che sogniamo di diventare (ricchi, laureati, dirigenti, belli, ammirati, sposati, amati, eccetera.) siamo in potere di questi desideri, fino a quando non siano stati soddisfatti o fino a quando non si cessi di desiderarli.
Probabilmente alcuni, si sentiranno colpiti da queste considerazioni: ”come, dovrei rinunciare a desiderare quella posizione professionale, quella persona, quell’auto, quel denaro? Ma non riuscirei più a vivere! Che senso ha la vita senza un obiettivo? Che gusto ci sarebbe?”
In realtà le cose non stanno proprio così: l’idea di non riuscire a vivere senza impellenti desideri è appunto un’idea, nulla di più che un’idea.
Provate a pensare ad un desiderio che non avete: se per esempio non vi interessa diventare un musicista, vi sentite forse tristi o insoddisfatti o infelici rispetto all’idea di non diventare musicisti? Influenza in qualche modo il vostro stato d’animo? No, vero?
Provate a seguire questa situazione simulata, e forse la cosa vi sembrerà più chiara.
Immaginate di fare una tranquilla passeggiata nel verde di un piccolo parco in una bella e fresca mattina di primavera; immaginate di prendere in considerazione l’idea di diventare (se in realtà non vi interessa) un valente violinista, e di prendere in considerazione il concetto che non ci riuscireste mai: la cosa vi sconvolge? Vi sentite turbati, tristi, infelici? Forse non vi accorgete più della bella giornata che vi circonda? Non apprezzate più la freschezza della brezza mattutina? Non apprezzate più il verde dei prati intorno a voi? No, in realtà non cambia il vostro stato d’animo, e non venite turbati affatto, perché quell’idea non è un vostro desiderio, una vostra pulsione, una vostra passione. Rimarreste comunque sereni e contenti.
Volete una controprova? Provate a seguire quest’altra “simulazione”.
Provate a pensare a qualcosa che volete realizzare e a cui tenete molto, moltissimo; qualcosa che “avete nel sangue”, che rappresenta per voi tantissimo: ipotizziamo che sia qualcosa che riguarda solo voi stessi e non qualcuno della famiglia, che sia cioè qualcosa che soddisfi il vostro ego, poniamo per esempio che sia la vostra promozione a quella posizione di responsabile a cui mirate da tanto. Bene, siete lì che state passeggiando nel piccolo parco, tranquilli e di buon umore, godendovi la giornata splendida. Anzi la giornata è ancor più splendida perché state pensando che nel lavoro state andando bene e che il capo in testa vi “vede” bene. Quel posto di responsabile è vicino, davvero vicino. Ad un tratto un pensiero, una considerazione, una cosa che vi era sfuggita: avete improvvisamente ricordato che il capo in testa che decide della vostra promozione, ha appena avuto un figlio e sua moglie, che risiede in un’altra città, ha sempre protestato per la vita da pendolare che fa il marito; e lui circa un anno fa, a quel pranzo, vi aveva confidato che se avesse avuto un figlio, lui avrebbe scelto di stare vicino a sua moglie e l’avrebbe finita con quella vita; aveva già dei buoni agganci presso la sua città e avrebbe lasciato l’azienda.
Ma se questo accadesse il suo posto lo prenderebbe quel tirapiedi dell’altra divisione che non vi può vedere! E se questo accadesse, a quel posto che spetta a voi ci andrebbe il suo pupillo! Pensereste: sono fregato! Quello diventerebbe il mio capo, ed io rimarrei dove sono adesso.
A questo punto pensate che riuscireste ancora a godervi la giornata? Riuscireste ad accorgervi ancora della bella fresca mattina e del piccolo parco in fiore?
Questo è il potere che il livello delle aspettative ha sulla psiche.
Il livello di aspettative determina una serie di condizioni mentali a cui la persona si assoggetta, dando a queste potere sulla mente stessa, e quindi sulla psiche della persona. Tale potere è in grado di rovinare un’esistenza [...]
tratto da "LA PSICOANALISI DEL BUDDHA E IL PECCATO ORIGINALE"
08/07/13
LA ZONA DI COMFORT
la zona di comfort è quella situazione in cui si cerca di evitare tutto ciò che da' fastidio.....ed è molto insidiosa, perchè si veste da "ama te stesso" e che attiene a quell'area di consigli pseudo-spirituali che ti dicono fa' quello che ami ed evita quello che odi, le persone che ti disturbano, le persone negative.....ecc. ecc. Ci cascano anche tanti spiritualisti che si chiudono al mondo per non avere "seccature" nella loro ricerca spirituale. Lo facciamo tutti eh, proprio tutti, ma questo modo di procedere non è libertà spirituale, ma......comodità, comfort, appunto. Non bisogna esagerare....qualche volta un po' di comfort ci vuole....occorre tirare il fiato e godersela un po', ma la vera libertà è diventare capaci di imperturbabilità e pace e buon umore anche se si è immersi in situazioni "sgradevoli" o si ha a che fare con persone "negative" dal nostro punto di vista. Se insomma il mondo non ci fa vedere il suo lato migliore.....il cambiamento avviene proprio in quei momenti in cui siamo forzati a stare in situazioni difficili e riusciamo a mantenere la positività...E' di per se' evidente che se tutti riuscissimo a mantenere positività anche di fronte alle avversità (il cosiddetto portare la propria croce), non avremmo più persone negative e il mondo sarebbe un paradiso.
04/07/13
L'OSSERVATORE
Le idee cambiano, i gusti cambiano, gli affetti cambiano, i ragionamenti e le priorità cambiano. Cosa rimane di costante, stabile, immutabile? Una cosa c’è. E sei tu che osservi tutto ciò. Tu che osservi te stesso che cambi idee, gusti, ragionamenti, vestiti, casa, affetti, posto in cui vivi…..Tu che osservi sei sempre lo stesso…osservi le tue paure e i tuoi atti coraggiosi, le tue scelte e le tue non scelte…. Tu sei quella unità di consapevolezza che può mettersi a distanza dalle cose che ti accadono, come se la cosa non ti riguardasse…..
Quando comprendi che non sei i tuoi pensieri, quando comprendi che ciò che pensi lo puoi cambiare, che ciò che ti condiziona e ti fa fare cose che non ti piacciono, non sei tu ma solo qualcosa che come un virus molesto agisce dentro di te contro la tua volontà….Quando ti rendi conto che la tua mente non sei tu, ma uno strumento a tua disposizione come le tue braccia e le tue gambe, allora scopri che c’è questa cosa, la coscienza, che è sempre lì a farti rendere conto di ciò che succede….E quando questo lo scopri, lo sperimenti, lo individui, hai cominciato il risveglio, hai cominciato il distacco dalla tua mente…l’osservatore si è svegliato e non può più riaddormentarsi, perché sa.
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